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  • : Spazio dedicato a ricerche e articoli di storia, filosofia, scienze sociali, letteratura, matematica, musica
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  • Monica Cadoria
  • Studi in scienze sociali (diritto, sociologia, filosofia, pedagogia, psicologia). Appassionata di letteratura classica, storia e filosofia, logica/matematica e musica. Professionista nella grafica editoriale
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3 novembre 2015 2 03 /11 /novembre /2015 20:23

In una Macondo "dimenticata dai passeri, dove la polvere e il caldo erano divenuti tanto tenaci che costava fatica respirare", la unica coppia felice era la quinta generazione Buendía: Aureliano Babilonia e Amanta Úrsula. "Si dedicarono all'idolatria del loro corpo, allo scoprire che la noia dell'amore aveva possibilità inesplorate, molto più belle di quelle del desiderio. Mentre lui impastava con chiare d'uovo i seni eretti di Amanda Úrsula, o addolciva con burro di cocco le sue cosce elastiche e il suo ventre di pesca, lei giocava alle bambole con Aureliano, e gli dipingeva gli occhi da pagliaccio con il rosso per le labbra e baffi da turco con il carboncino delle sopracciglia, e gli metteva cravatte di organza e cappellini di carta argentata. Una notte si spalmarono da capo a piedi con sciroppo di pesca, si leccarono come cani e si amarono come pazzi sul pavimento del corridoio, e furono svegliati da un torrente di formiche carnivore che si preparavano a divorarli vivi".

In questo gioco di alimenti, desiderio e amore, in Cent'anni di solitudine Gabriel García Márquez (nella foto), plasma la sua devozione al cibo. La sua vasta opera conta molteplici riferimenti ad alimenti, che si trasformano all'occasione negli stessi coprotagonisti delle sue grandi storie. La melanzana, la zucca, i pomodori, i peperoni, il cioccolato e il caffè ricevono i loro minuti di fama al centro delle trame latinoamericane di García Márquez.

Oltre alla melanzana, anche la guaiava fu parte importante dell'opera e della vita dello scrittore colombiano. Dopo l'esilio dalla Colombia nel 1981, García Márquez scrisse nella sua colonna nel El País: "Così, con il dolore della mia anima, mi sono visto costretto a continuare a cibarmi di desiderio, chi sa per quanto tempo ancora, della mia persistente e dolorosa nostalgia del profumo della guaiava". Quest'ultima frase sarebbe stata l'ispirazione per il titolo di un libro dello scrittore colombiano.

Così come García Márquez ha reso omaggio al cibo, che considerò anche migliore dell'amore, i cibi e le bevande sono state sempre parte essenziale del mondo letterario. Diversi alimenti sono stati centrali nella vita di molti scrittori, arrivando anche a essere parte di particolari rituali per raggiungere l'ispirazione, rilassarsi o semplicemente mantenere il ritmo nel posizionamento delle parole.

Ecco alcuni dei cibi o bevande che hanno determinato la vita di alcuni delle migliori penne della letteratura universale.

Agatha Christie era una vera amante delle mele, visto che le piaceva mangiarsele mentre si faceva lunghi bagni in tinozza.

Lord Byron, figura di spicco del movimento romantico, amava ingannare il suo stomaco facendogli credere di avere già mangiato, solo bevendo cucchiai di aceto.

Walt Whitman, collegamento fra trascendentalismo e realismo, aveva una particolare predilezione a mangiare una grossa quantità di carne e ostriche per colazione.

John Steinbeck, vincitore del Premio Nobel nel 1926, beveva una tazza di caffè freddo a fine giornata.

Charles Dickens, emblema dell'epoca vittoriana, aveva una debolezza per le mele cotte, alle quali attribuiva molteplici benefici per la salute.

Jean-Paul Sartre, filosofo francese, amava la haiva, un dolce a base di pasta di semola diffuso in India e in Pakistan.

Howard Phillips Lovecraft, genio del terrore, si dichiarò fanatico degli spaghetti italiani, soprattutto accompagnati con ragù, ricoperti da una grattata di parmigano.

Si sa che Molière, durante una delle sue malattie, nel 1667, dovette seguire una dieta esclusivamente a base di latte per due mesi.

Honoré de Balzac consumava 50 tazze di caffè al giorno accompagnate da grani di caffè da masticare. L'autore de La commedia umana era amante della puntualità: cenava sempre alle 6 in punto del pomeriggio.

Jack Kerouac, uno delle tre icone della Beat generation, non nascose il suo debole per la cucina cinese, specialmente i piatti a base di maiale.

Victor Hugo, il genio autore de I miserabili, quando viveva esiliato nelle Isole del Canale si alzava all'alba per mangiare due uova crude e bere una tazza di caffè freddo prima di cominciare a scrivere.

Truman Capote, nell'intento di trovare ispirazione, scriveva sempre fumando e bevendo caffè nero. Alla sera, sostituiva il caffè con una bibita.

Kurt Vonnegut, l'umorista statunitense veterano di guerra, beveva ogni giorno, alle 5 e mezzo precise del pomeriggio, un bicchiere di whiskey con acqua.

Marcel Proust (nella foto), il gigante francese autore del romanzo Alla ricerca del tempo perduto, dedica una delle più celebri pagine del suo romanzo alla madeleine, un dolce particolare, corto e gonfio.

In questo passo della Recherche, si trova spiegato e semplificato il procedimento della "memoria involontaria": un ragazzino che assapora una tazza di the nella quale viene inzuppata una madeleine, esperienza del tutto insignificante, porta l'autore in uno stato di felicità, quasi di estasi, che egli tenta di comprendere.

Lo scrittore troverà nel ricordo d'infanzia qualcosa che scatenerà un percorso di ricomposizione della sua esistenza e della sua identità.

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11 giugno 2013 2 11 /06 /giugno /2013 18:29

http://farm3.staticflickr.com/2833/9016813459_69bc39207f_o.jpgÈ un’altissima costruzione di epoca gregoriana e si trova a Brimingham, nella contea  di West Midlands (nell’Inghilterra centrale), quella alla quale, secondo alcuni studiosi, si ispirò John Ronald Reuel Tolkien per la Torre oscura del Signore degli Anelli, l’edificio dal quale, nella nota saga, il malvagio tiranno di Mordor spia i suoi avversari.

Gli studiosi dello scrittore britannico sono convinti che proprio davanti  a questo edificio, infatti, il giovane e allora sconosciuto Tolkien passasse ogni giorno per andare a scuola. A riprova di questa ipotesi esistono numerose lettere in cui Tolkien menziona la torre di Birmingham. L’edificio, alto quasi 30 metri, risale al 1758 e fu costruito da John Perrot, luogotenente d’Irlanda sotto il regno di Elisabetta I d’Inghilterra.

Recentemente la torre è entrata in possesso di un’organizzazione di beneficenza che si è fatta promotrice di una raccolta fondi per iniziare i lavori di ristrutturazione e poterla rendere agibile. Fine ultimo quello di dedicarla a un museo intitolato al fantastico mondo di Tolkien.

E, per restare in tema, nel castello di The Vyne, nell’Hampshire, è in mostra un reperto unico: un anello d’oro di epoca romana che si ritiene essere il modello del gioiello che nel famoso romanzo viene sottratto a Gollum da Bilbo Baggins.

http://farm8.staticflickr.com/7282/9016813427_4ae6677053_o.jpgI biografi di Tolkien sono sicuri  che lo scrittore, poco prima di iniziare, alla fine degli anni Venti, la stesura dello Hobbit, vide proprio quell’anello. Tolkien, infatti, venne chiamato in una località molto vicina a The Vyne quale esperto di lingue nordiche antiche per decifrare una tavoletta dove viene citato un uomo di nome Senecianus, lo stesso nome inciso sull’anello ora in mostra al castello di The Vyne.

Troppe coincidenze per non far pensare che gli studiosi possano aver ragione. Si aggiunga il fatto che l’anello di The Vyne è del tutto simile a quello che compare nel quinto capitolo dello Hobbit, quel monile che ha il potere di rendere invisibile chi lo infila al dito.

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10 gennaio 2013 4 10 /01 /gennaio /2013 16:10

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/89/Torquato_Tasso_based_upon_a_painting_by_Allori_1575.jpgTorquato Tasso è un personaggio di spicco nella letteratura del ‘500 e già la sua vita è simbolo dei mutamenti che intervengono nel clima culturale e spirituale a partite dalla crisi della libertà italiana e della Controriforma. Nelle sue opere principali (Aminta e Gerusalemme liberata) si dimostra l’erede della tradizione culturale di Ferrara, ponendosi come terzo, dopo Boiardo e Ariosto) nella storia del poema cavalleresco e mirando a interpretare, con l’Aminta, le raffinate aspirazioni erotico-cortigiane di un ambiente ormai arrivato alla contemplazione del mito di se stesso. Tuttavia i rapporti tra Tasso e la corte estense sono senz’altro meno tranquilli e distesi di quelli di Ludovico Ariosto.  Si direbbe che, da una parte sia cresciuto nel poeta-cortigiano un senso geloso e profondo della propria grandezza, che non s’accompagna, però, ad altrettanta convinzione, ma al contrario, dà luogo a una ombrosa e selvatica insicurezza.

Questa latente tensione scoppia nel 1579 quando il fragile sistema nervoso del Tasso cede: egli darà in escandescenze durante le nozze tra il duca Alfonso II e Margherita Gonzaga e sarà rinchiuso nell’Ospedale Sant’Anna, nella celebre cella detta poi “del Tasso”, dove rimase sette anni. Torquato Tasso è un singolare impasto di educazione classico-rinascimentale e di sensibilità etico-religiosa. Egli, infatti,  sviluppa linearmente gli elementi figurativi e di gusto già impostati nella prima metà del secolo, e ugualmente recepisce e rielabora creativamente le nuove suggestioni spirituali del suo tempo.

L’elemento che unisce questi due aspetti è la sua sensibilità artistica, che accentua il suo carattere lirico-soggettivo innestandovi un processo di riflessione etica e religiosa, proiettando spesso nelle sue opere il suo stato d’animo intimamente sofferto e dolente ai limiti della precarietà e di una sensibilità che più tardi sarà intesa come pre-romantica.

Nella Gerusalemme liberata, Tasso prende a soggetto un contenuto storico: la prima crociata (fine del XII secolo). Così egli assolve a una esigenza di verità nella poesia, che viene espressa dalla diffidenza cristiana per tutto ciò che è inventato e che appare falso. Tasso fa coincidere la verità con il contenuto religioso della storia: da qui la scelta di un argomento che servisse all’esaltazione della fede e non a una meccanica riproduzione di giochi fantastici, anche perché la guerra contro i turchi aveva riacceso astratti entusiasmi dello spirito delle crociate.

Tale mutamento di sensibilità e contenuti influisce sul cambiamento strutturale del poema: qui la coincidenza tra regola aristotelica e ispirazione è intima. Infatti un storia di alta dignità religiosa non poteva accompagnarsi, come in Ariosto, a fughe nell’edonismo e nel piacevole; bisognava, invece, racchiudere l’opera in una struttura sobria e regolare. Tuttavia, Tasso non abbandona il modello ariostesco verso cui lo portano gli elementi fantastici del suo carattere e nemmeno una perdurante, forte attrazione per l’erotico e l’avventura. La Gerusalemme liberata, nata da una diffusa sensibilità di cortigiano e di accademico, è permeata dalle istanze del tempo: platonismo e petrarchismo. Sul piano mondano esiste un riferimento puntiglioso alle tematiche della guerra e del principe, come alla religione e alla scienza naturale.

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13 dicembre 2012 4 13 /12 /dicembre /2012 15:16

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/61/Tasso-Aminta_Favola_boschereccia-1789.jpg/250px-Tasso-Aminta_Favola_boschereccia-1789.jpgIl carattere contradditorio e composito del periodo tra il ‘500 e il ‘600 è testimoniato dalla fioritura di un genere, come quello della “favola pastorale” (o “dramma pastorale”) che sviluppa aspetti della sensibilità umanistica e rinascimentale, quasi senza prendere atto dei mutamenti intervenuti in campo spirituale e religioso. Esso infatti eredita di peso quel mito della società arcadico-pastorale, in cui da un secolo di esprimeva la sublimazione dell’edonismo cortigiano, il sogno inconscio di una realtà dove la raffinatezza fosse integrata dalla semplicità e le alterne vicende dell’amore deluso e soddisfatto trovassero nuova esca dal fatto che a recitarle fossero deliziose creature fuori dal mondo, come gli stilizzati pastori e le fantastiche ninfe di queste arcadie.

L’influenza di Jacopo Sannazzara, autore del poema bucolico “Arcadia”, non generò solo i modelli stilistici dell’idillio, ma anche quello raffinato della rappresentazione teatrale d’argomento pastorale (favola) che non a caso trova a Ferrara l’ambiente più favorevole.

Tra gli autori principali ricordiamo Battista Guarini (1538-1612), autore del “Pastor fido”e Torquato Tasso, che comporrà l’”Aminta”. Queste opere riflettono una vena profondamente sensuale, che si manifesta nell’esaltazione dell’amore in tutte le sue forme, espressione vitale di tutto l’essere, ritmo spontaneo della natura a cui occorre felicemente soggiacere. I sentimenti e le passioni e l’esaltazione erotica trovano una stilizzazione nei personaggi quasi metafisici, in contorni irreali e privi di materialità. Le passioni sono contenute e smorzate dall’evidenza del gioco attraverso cui si manifestano e dall’equilibrio formale in cui devono restare.

Se c’è un genere propriamente manieristico, in letteratura, è proprio la favola pastorale. Battista Guarini ne fu un acuto teorizzatore nel “Compendio della poesia tragicomica” (1601), dove sostenne che la poesia aveva il fine di dilettare, non ammaestrare, e giustificare la favola agli occhi dei regolisti a cui il genere appariva ibrido, spiegando la sua doppia natura. Essa è “tragedia” per l’elevatezza del tono e la verosimiglianza; “commedia” per le sue parti comiche, il suo lieto fine, la dignitosa piacevolezza.

 

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29 novembre 2012 4 29 /11 /novembre /2012 14:11

Il periodo del manierismo, dal punto di vista letterario, è una continuazione di quello precedente, e utilizza contenuto e strutture formali già prima evidenziate. Apparentemente non esiste frattura tra prima e seconda metà del ‘500. In realtà, invece, con il termine “manierismo” si indica tutta una particolare categoria letteraria e pittorica di estremo interesse, benché, in apparenza, possa dare l’idea della interazione continua di stilemi già trattati, dando l’impressione che non faccia altro che ripetere temi già trattati dall’umanesimo.

Il termine nasce dalla critica d’arte e si riferisce alla correnti pittoriche che vedono prevalere figure come Raffaello e Michelangelo, Giulio Romano e Rosso Fiorentino, Jacopo da Pontormo e Parmigianino. Il termine non va quindi inteso in senso spregiativo, in quanto alla base del manierismo si formano una serie di rappresentazioni formali che concorreranno a specificare ciò che poi sarà la grande stagione barocca.

Il manierismo non indica quindi soltanto una “maniera” unitaria sempre più stringente e in certi casi raffinatissima di particolarità artistiche, ma è anche una riflessione critica e teorica  che concentra al massimo il proprio interesse su forme stilistiche  ben precise, le quali concorreranno poi all’uso programmatico della metafora e dell’anamorfosi (scoperta di questo periodo). Sinteticamente, si può dire che l’aspetto principale riguarda l’espressione della forma, mentre l’espressione del contenuto viene messa spostata in secondo piano e messa in ombra.

Gli orientamenti principali della riflessione teorico-letteraria tendono a conciliare la mentalità regolistica del classicismo rinascimentale con il suo fondo aristotelico e le nuove esigenze spirituali della Controriforma. Si viene a recuperare l’aspetto dell’aristotelismo formale. Viene scandito il senso della storia (tragedia). L’autore deve dimostrare la fallacia di certe passioni umane, gli errori commessi, e il fatto che oltre certe regole non si può andare (Racine: l’opposizione alla legge porta alla morte).

Interessante da questo punto di vista è il “Discorso sulle commedie e sulle tragedie” di Gianbattista Giraldi Cinzio (1504-1573), che sostiene il principio aristotelico della “catarsi”, o purificazione e, nel “Discorso intorno al comporre de’ romanzi” (1554), in cui teorizza la possibilità per il poema di riportare a un’unità intorno a un personaggio principale, pur accogliendo l’ariostesca varietà delle azioni. La novella segue sempre il modello boccaccesco, anche se inizia ad apparire il fantastico, l’eccezionale, l’orrido, che apre la via alle costruzioni barocche: l’”Otello” di Gianbattista Giraldi Cinzio servirà da modello alla tragedia di Shakespeare. L’aspetto del “fantastico” sarà poi ripreso nel ‘700.

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