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  • Studi in scienze sociali (diritto, sociologia, filosofia, pedagogia, psicologia). Appassionata di letteratura classica, storia e filosofia, logica/matematica e musica. Professionista nella grafica editoriale
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7 febbraio 2012 2 07 /02 /febbraio /2012 19:00

Canone ebraico, canone samaritano, canone ortodosso, canone cattolico, canone protestante, canone copto e canone siriaco. Nelle diverse Bibbie, non tutti i libri ritenuti ispirati da Dio e quindi sacri e normativi per una determinata comunità di credenti in materia di fede sono uguali: ogni confessione ha stilato canoni differenti e ha ammesso un diverso numero di libri, cambiandone a volte anche l’ordine di successione. La distinzione maggiore fra i diversi canoni cristiani e quello ebraico è che il primo accoglie anche i libri del Nuovo Testamento e aggiunge ai 24 libri del canone ebraico i libri cosiddetti “deuterocanonici”. (CONTINUA A LEGGERE)

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5 gennaio 2012 4 05 /01 /gennaio /2012 21:22

http://s3.frank.itlab.us/photo-essays/small/nov_24_3586_qumran_wadi.jpgPrimavera nel 1947: in alcune grotte fra le colline di Qumram (costa settentrionale del Mar Morto) vengono rinvenute delle pergamene conservate dal clima favorevole della zona, che le odierne tecniche di datazione attribuiscono a un periodo compreso fra il III secolo a.C. e il tempo in cui visse Gesù. Si tratta dell’unica fonte al di fuori della Bibbia che narra le vicende del popolo ebraico. (CONTINUA A LEGGERE)

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13 novembre 2011 7 13 /11 /novembre /2011 18:35

1397865754_939bd18dcb.jpgA parte i libri “Deuterocanonici”, ovvero quelli riconosciuti solo dal canone cristiano e ortodosso (ma non da quello ebraico) che furono scritti già in lingua greca, i libri dell’Antico Testamento furono redatti principalmente in ebraico, con qualche parte in aramaico. Queste due lingue appartengono entrambe (insieme ad arabo e amarico), al gruppo delle lingue semitiche, varietà di idiomi imparentati strettamente tra loro che fanno parte del più vasto gruppo linguistico afro-asiatico. L’ebraico antico era la lingua parlata dal popolo descritto dalla Bibbia, mentre l’aramaico (la lingua parlata da Gesù) era una lingua parlata in Siria e strettamente collegata all’ebraico. L’aramaico era originario della regione di Aram (l’attuale Siria) e costituiva la lingua ufficiale del Vicino Oriente dai tempi dell’impero persiano. Dopo l’esilio babilonese (586-538 a.C. circa), infatti, molti Ebrei non capivano più la loro antica lingua. Si decise quindi di tradurre in aramaico anche la Legge di Mosè. Le scritture successive a questo periodo furono scritte direttamente in aramaico.

Attorno al 250 a.C., dopo che grandi imperi si succedettero sulla scena del Vicino Oriente, ebraico e aramaico caddero entrambe in disuso e furono sostitute dal greco. Si rese quindi necessario tradurre le Sacre Scritture in lingua greca. Vuole la tradizione che il compito fosse stato commissionato da Tolomeo II (282-246 a.C.), erede di Alessandro Magno, che governò l’Egitto dopo il Macedone. Per questa traduzione furono usati i manoscritti della famosa biblioteca di Alessandria che provenivano direttamente da Gerusalemme. Secondo la leggenda, la traduzione fu affidata a settantadue saggi, che seppur lavorando separatamente, ottennero lo stesso risultato in settantadue giorni. Il numero, arrotondato, dà così il nome alla versione dei Settanta (Septuaginita, in latino; O’ in greco).

Quando il latino, la lingua ufficiale dell’impero romano, sostituì il greco come lingua comune del mondo occidentale, cominciarono a circolare traduzioni in latino di parti delle Sacre Scritture, anche in conseguenza del fatto che il cristianesimo aveva cessato di essere una religione fuorilegge per effetto dell’editto di tolleranza emanato dall’imperatore Costantino nel 313 d.C. La versione latina ufficiale di deve però a un sacerdote, Girolamo (nella foto in un dipinto del 1607), che a partire dal 382 d.C. traspose in latino sia le Antiche Scritture sia il Nuovo Testamento. Girolamo lavorò alla traduzione  operando per vent’anni a Betlemme, nella città natale di Gesù. Anziché basarsi sulla traduzione greca dei Settanta, utilizzò i testi ebraici e aramaici originali. L’opera venne completata nel 405 d.C. ed è nota come Versio vulgata, o Vulgata. Girolamo mantenne nella traduzione del Nuovo Testamento il nome di Gesù, così come i traduttori greci del I secolo avevano tradotto la parola ebraica “Joshua”.

Fu a seguito della riforma protestante che le Sacre Scritture vennero tradotte dall’ebraico, greco e latino nelle lingue usate dal popolo, prime il tedesco e l’inglese. La Conferenza episcopale italiana ha stilato una traduzione ufficiale in lingua italiana adatta alla liturgia del nostro paese. 

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10 settembre 2011 6 10 /09 /settembre /2011 13:46

104257596_cb1505352f.jpgUna teoria elaborata alla fine del 1600 attribuisce a quattro autori diversi la stesura dei libri dell’Antico Testamento

È conosciuta come teoria JEDP, ipotesi documentaria o teoria delle quattro fonti. Fu intuita per prima da Baruch Spinoza e da Jean Astruc, che la divulgarono in forma anonima rispettivamente nel 1670 e nel 1753. Agli inizi del XX secolo lo studioso tedesco Julius Wellhausen riordinò alcune di queste ipotesi e postulò che la redazione dei primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco), che secondo la tradizione ebraica furono scritti da Mosè in persona, sarebbero invece da attribuire a quattro diverse tradizioni, ovvero ci siano quattro racconti di diversi autori o gruppi di autori, tramandati in forma orale e poi messi per iscritto. Questo servirebbe a spiegare le diversità di stile, alcune piccole differenti collocazioni geografiche e cronologiche, i nomi diversi con cui viene chiamato Dio e, soprattutto, l’esistenza contemporanea, nel libro della Genesi, di due diversi racconti sulla creazione.

Dalle iniziali dei nomi di queste quattro fonti, la teoria è definita JEDP. La fonte J (o Jahvista) e quella E (Elohista) vengono così chiamate per il modo differente di scrivere il nome Dio. La tradizione Jahvista è probabilmente la più antica delle fonti. Prende il nome dall’iniziale della parola Jahveh, il modo con cui si indica il Dio degli israeliti. Per la maggior parte degli studiosi la fonte Elohista è successiva e usa per la maggior parte dei casi Elohim come nome di Dio. La tradizione D (o Deuteronomista) è così chiamata perché si riconosce nel libro del Deuteronomio. La tradizione P, o Codice Sacerdotale (dalla parola tedesca Priester, sacerdote) sarebbe quella a cui si deve la stesura delle norme liturgiche e spirituali. A questa fonte viene quindi attribuito il libro del Levitico.

In epoca successiva ci fu probabilmente una o più persone che ‘cucirono” i vari racconti, fondendo insieme i quattro filioni narrativi, si crede verso il 400 a.C. Le divergenze e le incongruenze furono mantenute e il Pentateuco assunse così più o meno la forma conosciuta oggi. I quattro compilatori del Pentateuco parteciparono anche alla composizione degli altri 34 libri delle Scritture ebraiche. Per un certo periodo gli ebrei non considerarono sacri (ovvero ispirati direttamente da Dio) tutti i libri: verso l’anno 90 d.C. i rabbini stilarono un “elenco ufficiale” o “canone” dei libri che dovevano comporre le Sacre Scritture. L’elenco o codice stilato dalla religione cristiana è leggermente differente.

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12 agosto 2011 5 12 /08 /agosto /2011 17:04

Dopo millenni di storia, il mistero di un culto che perdura immutato nelle più grandi religioni del mondo moderno

http://farm8.staticflickr.com/7044/6932876681_b34f400ab8_m.jpgLa storia del popolo ebraico nell’antichità è documentata in modo circostanziato e preciso dalle scritture bibliche, la cui redazione si basa su tradizioni tramandate oralmente. La trasformazione delle grandi famiglie patriarcali in ordinamenti più vasti di carattere statale caratterizza l’oriente mediterraneo, culla della civiltà, fin dal IV-III millennio a.C. La potenza delle formazioni statali è mantenuta attraverso un profondo legame con le divinità dei re e faraoni. Le credenze religiose e la formazione di divinità antropomorfe furono necessari all’uomo, ancor prima della ragione e dell’osservazione, per la spiegazione dei fenomeni naturali: si formarono così miti intorno all’origine del mondo, al destino dell’umanità, alla morte e alle grandi forze che dominavano la natura. Allo sviluppo dell'apparato sociale, con le inevitabili conseguenti lotte di classe e abusi di potere, derivò la necessità di formulare delle leggi scritte per regolare le strutture fondamentali dello stato (famiglia, proprietà, lavoro). La conformità alla legge rappresenta il criterio originario della distinzione tra bene e male, dando l’avvio a una prima formulazione dell’etica. Alle divinità furono attribuiti non soltanto i caratteri fisici dell’uomo (è l’uomo che crea il dio a sua immagine e somiglianza), ma anche i suoi tratti caratteriali (volubilità, irascibilità, senso della vendetta). Gli innumerevoli culti locali, disomogenei e disorganizzati, non poterono quindi essere idonei al pensiero dei ceti progrediti e delle classi più colte, che tentarono di sostituire alle religioni politeistiche antropomorfe il culto di un unico dio, creatore e protettore di tutti gli esseri viventi e di tutte le cose. Nel popolo ebraico si sviluppò quindi un intransigente monoteismo. Se è comprensibile la nascita del culto e la necessità di passare dal primitivo stato di tribù nomadi a una organizzazione più strutturata che avesse in un territorio fisso la possibilità di edificare un tempio come centro della religiosità, quello che rimane così misteriosamente differente è come questo culto abbia potuto rimanere così immutato nel corso della storia; come questo Dio sia stato così “convincente” da rappresentare la base delle più grandi religioni monoteiste del mondo, mantenuto in vita da uno straordinario popolo che, disperso ed esiliato, dominato da culture differenti (babilonesi, persiani, greci, romani) non ha mai rinunciato a mantenerlo “incontaminato” dalle influenze straniere, così come non ha mai rinunciato alla speranza di tornare nella terra dove era stata edificata la sua dimora.

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